Guido Nicheli ci ha lasciati in un’inutile domenica di fine ottobre.
Non era un grande attore.
Non certo perché non fosse grande, semplicemente perché non era un attore: era un carattere, una personalità, uno stile. E non a caso, non soltanto evitava di avventurarsi in personaggi diversi dal suo, ma, in anni come quelli che viviamo, che di carattere, di personalità e di stile sono sciaguratamente privi, si è allontanato dai riflettori senza avanzare pretese patetiche, in un silenzio asciutto e fuori moda.
Ha raccolto quel che meritava, non ha mai raschiato il fondo. E ha fatto ridere.
Quanto la sua scelta – o la sua accettazione, la sostanza non cambia – di farsi da parte sia stata indovinata, si è capito dalle ultime due circostanze in cui si è parlato di lui per qualcosa di nuovo: prima, per il ruolo di un capitano di yacht in un desolante film di Jerry Calà (vergogna e infamia: il grande cumenda, che fa girar la giostra e usa l’appartamento dei dipendenti come pied-à-terre, degradato al ruolo di lavoratore retribuito); e, storia di pochi giorni fa, la notizia che una sua frase era scaricabile come suoneria per il cellulare, fra le canzoni di Tiziano Ferro e il micio per bambini ritardati (usato per annunciare tristi SMS in italiano sintetiko, lui che per sfottere due semiannegati ricamava un Ma potevate dirmelo che non siete a vostro agio nell’elemento acquatico!).
No, decisamente questi non erano tempi suoi.
Oggi, al suo arrivo a Cortina con pelliccione avvolgente, non troverebbe ad attenderlo il personale del Cristallo, ma gli animalisti armati di vernice rossa; a ogni suo Uè, schiavo! tuonato a un dipendente, farebbe da contraltare un dibattito sul mobbing organizzato dalla CGIL; a “Porta a Porta” Alba Parietti e Clarissa Burt puntualizzerebbero che le rappresentanti del sesso femminile non si chiamano sbarbate, né tantomeno maiale, e che le donne “Fanno all’amore”, non “Fanno assaggiare la St.Honoré”; per tacere delle espressioni all’indirizzo delle minoranze etniche (Lumumba, scendi giù dalla pianta!), che provocherebbero con ogni probabilità un’interrogazione parlamentare.
Ricco sfondato, fedifrago, maschilista, abbronzato nel DNA, evasore, vacanziero impenitente, padrone del vapore, classista spudorato con venature razzistoidi: il monopersonaggio di Guido Nicheli assomma tutte le sconvenienze enumerabili nell’Italia del duemila.
E allora, per favore, lasciatecelo.
Lasciatelo a chi di lui ha adorato le esplosive trovate lessicali, la sfrontatezza superiore, il baffo intraprendente, l’edonismo un po’ fané.
Lasciatelo a chi, già alla sua battuta d'entrata in milanese anglicizzato, ride con la faccia, con la pancia, con il cuore.
Non traghettatelo, per favore, nel girone, panzone e popolano, dei riabilitati di quel “trash” che troppi sciocchi sbandierano come fosse un genere a sé.
Anche perché lui, sbottando Ma chi sono questi animali qui?, scenderebbe dal barcone sovraffollato per saltare su un Riva del ’56 e virare alla ricerca solitaria di sole, whisky e signora, rigorosamente non ufficiale.
Perché se le retrovie sono affollate per natura, si è sempre soli in pole position.
A volte le canzoni si macchiano di delitti più o meno gravi contro la persona o addiritura contro l'umanità.
Tralasciando le fattispecie più tipiche, come l'accanimento depressivo e il vilipendio all'intelligenza, poco trattata, ma sciaguratamente diffusa, è la sindrome C.I.L.S.S.I. (Cosa Intendo Lo So Solo Io): in pratica, l'autore sparpaglia nel pezzo riferimenti ai più oscuri, quando non inventati (Capita. Lo vedremo), che gettano nel marasma mentale intere schiere di volonterosi e incolpevoli ascoltatori.
Caso che personalmente ritengo paradigmatico della sindrome, è Boogie di Paolo Conte. Dopo aver effettuato qualunque tipo di ricerca per scoprire cosa fossero le caramelle alascane, giunto sul punto di scrivere alla Ambrosoli e alla Dufour, lessi che in un'intervista l'Avvocato confessò candidamente: "Me le sono inventate". Solo la devozione religiosa per il personaggio in questione mi impedì di imboccare la A26 in direzione di Asti armato di bazooka.
Oggi, ecco della nuova luce su un altro strano caso: http://snipurl.com/1ryyl
L'articolo, di O Globo, riferisce che Sting è stato votato dai lettori della rivista Blender come peggior paroliere di tutti i tempi. Opinabile, e personalmente poco interessante. Più curioso sapere che al 31esimo posto della poco qualificante classifica compare Carly Simon grazie alla velenosa "You're so vain", dedicata dalla bionda artista ad un noto e mai rivelato amante (Warren Beatty, Mick Jagger e James Taylor gli indiziati). Il pezzo è bello, ma i versi iniziali mi hanno sempre lasciato a dir poco perplesso. Vediamoli un po'.
You walk into a party like you were walkin’ onto a yacht
Come si sale su una barca? Tipicamente barcollando. Il rollìo lo fa. Mi pare perciò che sarebbe più sensato cantare “You walk out from a party like you were walkin' onto a yacht”. Non è però escluso che il bel tomo si sia gonfiato come una zampogna prima di andare alla festa, nel qual caso l’immagine resa dalla rancorosa musicante sarebbe in effetti efficace. Il tutto resta però nebuloso.
Your hat strategically dipped below one eye, your scarf was an apricot
Soprassediamo per il momento sui contenuti (su un tipo, cioè, che si presenta in casa d’altri completamente ubriaco e col cappello calato a bella posta su un occhio. Non va dimenticato che potrebbe trattarsi di Warren Beatty a 35 anni, e Warren Beatty a 35 anni poteva obiettivamente permettersi di girare anche vestito da Eta Beta palleggiando coi pompelmi). Concentriamoci sulla forma. La metafora “La tua sciarpa era un’albicocca”. Uno ci prova, a capire. E’ vellutata? E’ profumata? E’ arancione pallido? Tutte buone ipotesi, tra le quali se ne insinua un’altra, lievemente più prosaica: questa metafora, sarà mica una boiata?
You had one eye in the mirror as you watched yourself gavotte.
Buio. Ma veramente. Diamo per scontato che l'occhio buttato sullo specchio dal bel gagà sia quello non coperto dal berretto. Resta il Come se ti vedessi "gavotte", e - lasciatemelo dire - non è poco.
Cominciamo col segnalare che "gavotte" pare vada tradotto con "gavotta"; un anonimo wikipedista definisce il termine "una danza francese in movimento moderato e in ritmo binario, caratterizzata per lo più da un incipit in levare e da una struttura bipartita."
Riassumendo. Un bellimbusto, sbronzo, col berretto schiacciato su un occhio e una sciarpa che Leopoldo Mastelloni rifiuterebbe di indossare, si presenta ad una festa ballando da solo una specie di minuetto.
A questo punto, anche identificandolo con Warren Beatty a 35 anni, il fatto che "all the girls dreamed that they'd be your partner" ci pone delle domande molto delicate a proposito dell'universo femminile.
Ma non divaghiamo. Eravamo partiti dai crimini perpetrati dalle canzoni, di fronte ai quali rimaniamo troppe volte indifesi e invendicati. Ebbene, le motivazioni con cui per la fascinosa Carly Simon è stata emessa dai lettori di Blender la condanna allo sbertucciamento, sono proprio rappresentate dalle rime sceme yacht, apricot e gavotte (che peraltro l'articolo di O Globo, tanto per aumentare la confusione, traduce con "gaviota", ovverosia gabbiano).
Non nascondo di averne moderatamente goduto.
Quando i tribunali del popolo funzionano.
Stadio di Roma, un numero imprecisato, ma esiguo, di anni fa.
Si gioca Roma-Juventus, coi locali già in vantaggio per 1-0 ed in procinto di tirare un rigore affidato a Totti, abituale esecutore.
L’uomo delle autobarzellette non esita, e calcia una pietrata che colpisce il palo prima di animare come una ventata la rete floscia dell'Olimpico.
Seguono le consuete scene di elegante esultanza in stile All England Lawn Tennis and Croquet Club, con dita in bocca a mo' di ciuccio, gente seminuda, danze tribali, mucchi umani in mezzo al prato.
Tra i vari replay tutti eguali dell'impresa balistica, uno desta prepotentemente l'attenzione, come un assolo di Angus Young in San Pietro durante
Ma in primo piano c'è Antonio Cassano, regolarmente schierato fra gli undici in campo (è lui a essersi procurato il rigore, dopo avere scombinato con un dribbling i neuroni di un terzino bianconero costretto così a stenderlo), ma nella circostanza sta a centrocampo, dalle parti della panchina, schiena rivolta al prato, una borraccia in mano, vis-a-vis con quello che deve essere un massaggiatore. Quando il boato dello stadio lo avverte che il 2-0 è cosa fatta, svuota la borraccia in testa al ravvicinato dirimpettaio per poi unirsi al sabba festaiolo inscenato dai suoi sodali.
La scena – un ragazzotto che se la ride spruzzando un signore anziano in tuta – è di per sé piuttosto divertente.
Ma la considerazione pregnante è un'altra.
Il rigore,Totti lo ha calciato in maniera superlativa: un tiro fortissimo, entrato come detto grazie a un palo complice, ché fosse stato mezzo metro più interno l'intuitivo Buffon lo avrebbe intercettato. Insomma: non c'è mancato molto che, per colpa dell'ottimo portiere o di un legno meno indulgente, la palla ritornasse in gioco, costringendo gli avanti della Roma a menare ancora le mani e i piedi per spingerla infine dentro.
Ebbene, in quella ipotetica, bellicosa circostanza, la squadra di casa non avrebbe potuto contare su una delle sue punte di diamante, momentaneamente impegnata in scherzi d'acqua come un monello a Ferragosto ai bagni Caterina.
Fu in quel momento che persi la testa per Cassano.
A scanso di equivoci, il fatto che più in là nella partita abbia segnato il terzo e il quarto rispettivamente con un piatto sinistro svitato al volo e un colpo di testa col corpo all'indietro dritto all'incrocio dei pali, nonché abbracciato l'arbitro che lo aveva ammonito per la brutalizzazione di una bandierina del corner, consolidò, e non provocò, il colpo di fulmine.
Mi interessai così di più a quello che da chiunque, ammiratore o detrattore che fosse, veniva definito con la solita, frusta formula riciclata per un numero indefinito di incompiuti: "Talentuosissimo, peccato per la testa". Come a dispiacersi per lo spreco di quel ben d’Iddio, e quasi a compatirne il latore.
Del quale iniziai così a godermi prodigi futbolistici e pepati extra, senza impiegare molto a convincermi che quel giudizio paternalistico era sostanzialmente una sciocchezza, di superficialità proporzionata alla banalità.
Nella mia, di testa, entrò l'idea che semplicemente Antonio Cassano fosse - sia - l'ultimo spirito davvero affrancato dalle logiche di un mondo in cui anche i cattivi sono standardizzati e i ribelli programmati dal marketing, l'unico che qualunque cosa faccia, la fa perché gliela impongono l'anima, l'istinto, le pulsazioni, l'unico a cui, per questa ragione, non sia stata mai perdonata la minima avventatezza.
Si dice che nello sport, e nel calcio in particolare, ci si affezioni molto più facilmente alle teste matte che non ai bravi professionisti.
Beh, per me non è mai stato così: stopper puntuali, mediani polmonati, liberi coi calzettoni al ginocchio, li ho sempre preferiti ai figli di puttana dall'intuizione incantata per i quali il concetto di squadra è a volte un fastidio.
Amo la poetica della normalità, si può dire, ed è per questo che dapprima mi stupii con me stesso per quell’insana infatuazione, cercando poi di individuarne le ragioni.
Beh, credo che la risposta stia nel fatto che nulla di ciò che Cassano è riuscito a combinare, di splendido e sciagurato, ha mai avuto un secondo fine, ma che si tratta solo una persona meravigliosamente gonfia di vita, al punto da assecondare, della vita, tutti i richiami, rifiutando ogni confronto con giudizi e compromessi, e pagandone per inciso al centesimo il prezzo.
Ecco, deve essere stato a qualcosa del genere che pensava Paolo Conte quando parlò di “sensualità delle vite disperate”
Oggi la vita impone a Cassano di rimettersi a giocare a pallone, di condurre a Genova i piedi intinti nella magia, di vestire con la maglietta della Sampdoria un cuore dalla storia sudamericana.
Segnerà 28 gol, infilerà un dito in un occhio all'allenatore, lascerà il calcio a novembre per unirsi ai Rolling Stones? Nessuno può lontanamente immaginare cosa riserverà nei prossimi mesi questa liaison folgorante tra la squadra più lirica di tutti i tempi e il calciatore più romanzesco in attività.
Perciò riempiamoci di vita e godiamoci lo spettacolo. Ché annoiarci, non ci annoiamo di sicuro.
Nel 48 a.C, sul lato orientale dell'Adriatico, si giunge alla stretta finale nello scontro fratricida, e cruciale per le sorti della Repubblica, fra l'oligarchia senatoria in fuga al seguito del proprio campione Pompeo Magno, e un Giulio Cesare a malincuore rassegnato a incrociare le armi con altri fratelli romani.
Nella Storia di Roma di Indro Montanelli c'è quella che secondo me è la descrizione più bella, nella sua brevità magra e sostanziale, della vigilia della battaglia:
"Pompeo che, non avendo idee, seguiva quelle degli altri, mosse dietro al nemico, e lo raggiunse nella piana di Farsalo. Aveva cinquantamila fanti e settemila cavalieri; Cesare, ventiduemila fanti e mille cavalieri. La vigilia della battaglia, nel campo di Pompeo ci furono gran banchetti, discorsi, bevutre e brindisi alla certa vittoria. Cesare mangiò un rancio di grano e cavoli coi suoi soldati, nel fango della trincea".
Riporta Plutarco che, alla luce di queste informazioni, la Snai si rifiutò di quotare l'esito dello scontro.
Dopo quasi due mesi di stop ai box, il blog ritorna in pista.
Nato per rappresentare una sorta di diario di viaggio, in seguito al mio rientro precipitoso dal Sudamerica ha perso un po' la sua raison d'être iniziale (benché, a Dio piacendo, gli spunti di viaggio continuino in qualche maniera a non mancare).
Insomma, andava un po' reinventato.
Anche prima, quando il blog ferveva di attività, vedevo i venticinque lettori di manzoniana memoria come un obiettivo parecchio ambizioso; non oso immaginare quanti ne siano rimasti ora da queste parti, ad aspettare impazientemente qualche aggiornamento. Ebbene, vorrei coinvolgere questo manipolo di irriducibili in un pensiero balenatomi per la crapa intorno alle 4 di un sabato mattina all'area di servizio di Viverone Nord.
Ci sono delle parole che puntellano la nostra vita, come inesorabili lancette del nostro orologio interiore, nel periodo che va dai sei ai dieci anni, proprio quello delle scuole elementari. Poi, scompaiono. In maniera fra l'altro piuttosto inspiegabile, dal momento che non mi riferisco alle parole proprie del linguaggio e dei giochi dei bambini, bensì a termini prettamente scolastici, assolutamente rinvenibili su dizionari ed enciclopedie e, mi arrischio a dire, talmente fuori dal mondo che, se debitamente contestualizzate, potenzialmente supercool.
Non me ne sono venute in mente molte, ma spero che qualche contributo mi aiuti a rinvigorire un elenco che secondo me è davvero interessante
- Decalitro
- Limo
- Australopiteco
- Dora Baltea e Dora Riparia (vale una perché vanno in coppia, come Fruttero & Lucentini, tuoni & fulmini, Gigi & Andrea)
- Ovipari e Ovovivipari (vedi sopra)
- Rovigo (poche cazzate, non ci è mai andato nessuno)
Alla lista aggiungerei, con riserva, ruminanti e rupestre. Con riserva perché mi è stato fatto notare che non sono termini così in disuso. Personalmente sono disposto a pagare cash per vedere qualcuno indicare un prato e gridare "Guarda che bel ruminante!" o sentirlo commentare "Dopo chilometri e chilometri di vegtazione lussureggiante ci siamo imbattuti in un paesaggio rupestre". Ma anche su questo mi piacerebbero altre opinioni.
Ritengo che, per quanto avanzato, il processo di integrazione in una città nuova non possa dirsi completo fin tanto che non si è scelta (laddove ce ne sia più d'una) la squadra di pallone locale preferita.
Ora, in tal senso - e approfitto per soddisfare tardivamente una richiesta apparsa tempo fa nei commenti di questo blog -, la scelta a Buenos Aires è davvero foriera d'imbarazzo: il Boca Juniors e il River Plate li conosce anche mia mamma :-). Ma ci sono pure il San Lorenzo de Almagro, il Nueva Chicago, le squadre di Avellaneda (Racing, Independiente e il caso più unico che raro di "terza via", l'Arsenal di Sarandì), il Velez Sarsfield, il Lanùs, il Banfield, il Quilmes, l'Argentinos Juniors che gioca nell'Estadio Diego Armando Maradona. E mi limito alla "Serie A", un po' per comodità di enumerazione, un po' perché, a tutte le latitudini, delle categorie inferiori a nessuno importa alcunché.
Insomma, la Gran Buenos Aires, oltre a fare 12 milioni di abitanti, fa 12 squadre (su 20) in prima divisione: a parte qualche sussulto rosarino e platense, il calcio argentino è indubbiamente la sua capitale.
Per ovvie ragioni, la prima simpatia è andata al Boca dei Xeneizes (a proposito: ci sono ancora amici genoani che sostengono l'esistenza di un gemellaggio fra il loro scalcagnato club e quello boquense...Incredibile :-)). Il fatto, però, è che qua dire Boca (o River) è come da noi dire Milan (o Juve): un fenomeno che, cavalcando il destriero dei media, ha travalicato qualunque limite territoriale perché se ne appropriasse un po' chiunque nel Paese e in tutta l'America Latina.
Insomma, la simpatia resta, ma no, grazie, avanti un altro.
La folgorazione l'ho avuta finalmente qualche sera fa, mentre uscivo dalla doccia con la tele accesa sul canale dello sport: è il quinto minuto della ripresa di Independiente-Lanùs, con i locali in vantaggio per 1-0. Poco attratto dalla situazione inizio a vestirmi seguendo prima distrattamente, poi con interesse sempre più vivo, l'evolversi del match: i visitantes stanno mettendo a ferro e fuoco l'area dei locales, i quali sono in 10, ma sembrano in 6, dato che a quaranta minuti dalla fine hanno optato per l'asserragliamento senza condizioni sulla propria linea di porta.
Prendo il giornale per studiare la classifica, e quando lo poso penso che forse finalmente ho trovato la mia squadra: il Lanùs si gratta la pancia nelle posizioni piccoloborghesi, l'Independiente sta laggiù in fondo, nelle zone in cui mangi fango ogni domenica e un punto in trasferta è un segno dell'esistenza di Dio.
L'ultima mezz'ora la seguo così con coinvolgimento ormai vivo: il Lanùs continua a vandalizzare la nostra metà campo, l'allenatore Jorge Burruchaga danza sulla linea laterale per chiamare a furia di sbracciate il "Palla in tribuna!", tutto lo stadio in maglia rossa salta, sventola, si abbraccia e fa casino, tentiamo persino un contropiede, con cinque dei loro che chiudono facilmente il nostro 9 che il telecronista in visibilio chiama "El Tanquecito".
Tutto molto divertente, non fossi stato un tifoso dell'Independiente: la sofferenza inumana dello stadio di Avellaneda sembra non dover terminare, ma una volta rintuzzate le ultime due vampate ospiti, rispettivamente con una spalla e la pianta di un piede, mentre il pallone si trova all'apogeo della propria orbita spaziale in seguito a un rinvio della nostro portiere, l'arbitro mostra clemenza verso migliaia di potenziali infartuati e con tre fischi da il via ai festeggiamenti.
Risultato finale: Independiente 1 Gol - Lanùs 1 Gol annullato, 2 legni, 1 rigore sbagliato.
Un grande risultato, direi. Mi sa che ho scelto bene. E poi, diciamocelo: ma esiste per una squadra di pallone un nome più bello di Independiente?
Vabbè, quello, certo. Ma tolto quello?
A questo link una bella sintesi dell'incontro (i nostri sono, per l'occasione in bianco e bleu)
http://www.youtube.com/watch?v=aW-tfL4ezG4
Tempo fa la BBC, per un documentario di viaggi, si premurò di stilare la lista dei "50 posti da visitare prima di tirare il gambino". Il risultato fu discutibile in merito ad alcune scelte (Zermatt? Las Vegas????), ma divertente ed estremamente interessante.
E ancor più divertente (e frustrante) è il giochino che propone il sito twisty.com: il "50 places to see before you die calculator". Il funzionamento è elementare: inserita la vostra età e smarcati i posti che avete già visitato, avrete l'età che dovrete raggiungere per poterli visitare tutti e 50.
Il che ha una doppia utilità: suggerimenti per le vacanze e monito a prendersi cura della propria salute per arrivare vivi e semoventi all'età sancita.
Facciamoci del male all together su http://www.twisty.com/misc/50places/
Si apre su questo blog uno straordinario concorso intitolato "Il motivo più scemo per cui hai intrapreso un viaggio".
Ad inaugurare la rassegna, il mio fine settimana tra Montevideo e Punta del Este, dove da tempo desideravo andare per poter scrivere, da qualche parte, il verso che da il titolo al post; il fatto che abbia piovuto per la metà del tempo e il solo modo per veder le stelle fosse tirarsi una forchettata in una mano, è vieppiù qualificante nell'ottica del concorso.
Si attendono, come commento a questo post, o via e-mail a mocambo@gmail.com, numerosi contributi da parte di tutti voi. In palio un biglietto business class di sola andata per Rossiglione; non sarà accettata come valida, per manifesta superiorità, la risposta "In trasferta a vedere il Genoa".